Nel mese di settembre sono state rese pubbliche le motivazioni della condanna in Cassazione1 di un signore della provincia di Trento che secondo i giudici, spinto da una “irrefrenabile” passione per l’attività venatoria, si era dedicato alla caccia con attrezzature illegali durante un periodo stagionale non previsto dalla legge.
Questa vicenda, a prima vista non particolarmente singolare, diventa invece piuttosto interessante perché dalle motivazioni si apprende che tra le prove a carico dell’imputato nei primi gradi di giudizio vi erano delle analisi del DNA piuttosto singolari: la tipizzazione di profili del DNA dalla carne delle “vittime” ritrovate nel frigorifero in casa del cacciatore, animali che un testimone a discarico amico dell’imputato aveva dichiarato di aver catturato in una regolare battuta di caccia anni prima degli episodi oggetto del processo.
Lo scopo di queste analisi è spiegato dal Giudice in un passaggio delle motivazioni:

Gli esiti di quanto repertato all’interno del congelatore […] confermavano il giudizio espresso (dalle mandibole di selvaggina alla carne rinvenuta). Del resto, la Corte territoriale ha spiegato, altresì, le ragioni per le quali non fossero assorbenti le dichiarazioni del teste (l’amico del cacciatore N.d.R.) […].
Costui, pur riferendo della partecipazione a battute di caccia nella selva del Cimone, sino al 2009, non rendeva logica l’ipotesi che il medesimo conservasse ancora carne, risalente a quell’epoca (almeno tre anni prima) e, dall’altro, si trattava di dichiarazioni che non risultavano compatibili con quanto accertato dal perito chimico, Girardi, che aveva verificato, attraverso un esame del Dna, trattarsi di animali che si collocavano nell’area territoriale sinistra del fiume Adige e non nella zona appenninica.

In parole povere, trovandosi in presenza di un testimone a discarico che giustificava la presenza della selvaggina congelata come frutto di una regolare attività venatoria in un’area autorizzata in provincia di Modena, i magistrati avevano pensato di incaricare un perito affinché stabilisse se era possibile ricondurre l’origine territoriale degli animali trovati nel congelatore alla zona di caccia vietata del Trentino in cui altri elementi indiziari collocavano le attività del cacciatore sotto processo.

Il perito aveva perciò estratto il materiale genetico dalla carne per tipizzare il DNA in modo da poter effettuare una comparazione delle caratteristiche del profilo ottenuto con le caratteristiche tipiche dei profili genetici della selvaggina che si può trovare nella zona in cui l’imputato era accusato di aver abbattuto le sue prede in violazione di varie leggi dello Stato.

Indubbiamente le motivazioni raccontano di un impegno notevole caratterizzato da un lavoro che presuppone la disponibilità e la volontà di utilizzare mezzi tecnici piuttosto avanzati. Per giunta si tratta di un impegno che si è voluto portare avanti in un caso che vede protagoniste delle “vittime” la cui uccisione, a differenza di quelle di tipo “umano”, non è vietata in assoluto ma soltanto in determinati periodi dell’anno (e con questa osservazione non ci si sta esprimendo a favore o contro la caccia, si sta solo illustrando un dato di fatto)…

Dopo una tale dimostrazione del fatto che il sistema giudiziario, quando vuole, può disporre di capacità e di notevoli mezzi di approfondimento per arrivare (o almeno provare ad arrivare) alla verità con l’aiuto della genetica, è inevitabile chiedersi perché lo stesso impegno e gli stessi denari spesi per stabilire se un cacciatore mente sull’origine della selvaggina in frigorifero non possono essere impiegati per chiarire dettagli significativi di casi che vedono protagoniste “vittime umane”.

Tempo e denaro possono essere spesi per stabilire che della selvaggina proviene dalle zone dell’Adige e non si vuol spendere tempo e denaro per stabilire la provenienza del DNA mitocondriale trovato sugli slip di Yara Gambirasio?

Tempo e denaro possono essere spesi per stabilire da quanto tempo della selvaggina si trova in un frigorifero e non si può fare altrettanto per stabilire da quanto tempo il corpo della piccola Gambirasio si trovava nel campo in cui è stato ritrovato, nonostante il fatto che i dati delle analisi genetiche sembrano indicare una permanenza più breve rispetto ai 90 giorni trascorsi dal momento della scomparsa?

E non si può non concludere osservando che a quanto pare in Italia ci si impegna per stabilire se della cacciagione congelata appartiene ad un branco del Trentino o ad uno della provincia di Modena mentre non si vuol fare altrettanto per tentare di stabilire a quali “branchi umani” appartengono i 6 differenti profili del DNA mitocondriale estrapolati dalle formazioni pilifere ritrovate tra i vestiti della piccola Yara.

Riferimenti

[1] Corte Suprema di Cassazione – Penale Sent. Sez. 1 Num. 43915 Anno 2017

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