Le motivazioni della sentenza del primo grado di giudizio che ha portato alla condanna di Massimo Bossetti per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio continuano ad offrire, ad una più attenta lettura dei particolari, alcuni spunti per una riflessione sui dati genetici emersi dalle perizie.

In particolare risulta piuttosto interessante quanto scritto a pag. 73 riguardo alle analisi sul campione 31-G1 Est (in alcuni punti indicato con Ext.), una porzione di tessuto ricavata dallo slip (reperto 31) della giovane vittima:

In particolare, dal campione 31-G1 Est era estrapolato un profilo misto, la cui componente maggioritaria era rappresentata dal profilo di Ignoto 1 e quella minoritaria, per i marcatori interpretabili, era compatibile con Yara Gambirasio;

Questo passaggio, in cui il profilo Ignoto 1 viene indicato quale componente maggioritaria, è in contraddizione con un passaggio successivo presente a pag. 74 in cui per il campione in questione il DNA maschile rappresenta la parte minoritaria del DNA totale:

[…] sul prelievo 31-G1 Ext – il primo sul quale emergeva il profilo completo di Ignoto 1 – che aveva un quantitativo di DNA totale di 2500,00 picogrammi/microlitro (1000,00 maschile) […]

Per comprendere la portata di questa contraddizione bisogna aver presente che le quantità di DNA totale e maschile sono rilevate con un metodo e si esprimono con un’unità di misura (picogrammi/microlitro), mentre la determinazione delle componenti maggioritarie e minoritarie a partire dagli elettroferogrammi è effettuata dalla lettura delle altezze dei picchi allelici il cui valore è espresso in RFU (dall’inglese relative fluorescence units).

Tutte e due le procedure però hanno in comune la logica di base: in entrambi i kit per le analisi sono utilizzate molecole fluorescenti che si legano al DNA presente nel campione in maniera proporzionale alla quantità dello stesso. Poi, a seconda del tipo di analisi che si sta effettuando, le apparecchiature di laboratorio grazie a dei particolari sensori misurano la quantità di molecole fluolerescenti legate e restituiscono così indirettamente il dato relativo alla quantità di DNA presente nel campione o il dato relativo all’altezza dei picchi allelici.

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Fig. 1 – Esempio di una porzione di elettroferogramma in cui sono evidenti i picchi relativi ai profili di due individui su tre diversi marcatori STR.

Ad esempio nella Fig. 1 è visibile la porzione di un elettroferogramma che presenta alleli su tre marcatori STR relativi ad un ipotetico campione da traccia mista a cui hanno contribuito due individui, una vittima di sesso femminile e un possibile sospettato da identificare di sesso maschile. La scala di valori sull’asse verticale rappresenta l’altezza dei picchi rilevata dall’apparecchiatura che misura la fluorescenza ed è espressa in RFU. Questi valori sono tanto più alti quanto maggiore è la quantità di DNA nel campione per l’allele corrispondente al picco.

Per illustrare meglio il concetto concentriamoci sul marcatore più semplice da interpretare in questo elettroferogramma d’esempio, il marcatore D13S317, e teniamo presente che il profilo della Vittima per questo marcatore è noto e presenta gli alleli 8 e 12.

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Fig. 2 – Picchi allelici sul marcatore D13S317 di un profilo misto dovuto al DNA nucleare di due individui.

Nella Fig. 2 possiamo facilmente notare un totale di 4 alleli: una coppia di alleli, l’allele 11 e l’allele 14, che ha un ordine di altezza compreso tra i 500 e i 1000 RFU e rappresenta il profilo dell’individuo che costituisce la componente minoritaria della traccia e che possiamo definire Individuo 1. E un’altra coppia, quella costituita dall’allele 8 e dal 12, che presenta un’altezza tra il doppio e il triplo degli RFU degli alleli con altezze minori e che rappresenta la componente maggioritaria della traccia. L’altezza degli alleli ci indica chiaramente che la quantità di materiale genetico apportato alla traccia dal contributore maggioritario, la Vittima, è di circa il triplo rispetto alla quantità dovuta all’Individuo 1 che costituisce il contributore minoritario.
Pertanto in un’analisi per la quantificazione del DNA totale e di quello maschile il dato relativo a quest’ultimo sarebbe approssimativamente compreso tra il 25% e il 33% della quantità totale di DNA.

In base a quanto abbiamo spiegato finora è facile comprendere che la quantificazione del DNA maschile in analisi del genere non può che rispecchiare il dato evidente negli elettroferogrammi e viceversa. Un profilo minoritario nell’elettroferogramma del profilo STR non può risultare maggioritario nelle analisi per la quantificazione del DNA. Se ciò avviene se ne deve dedurre che deve essersi verificato qualche errore in una o in entrambe le analisi.

A questo punto rileggendo gli estratti della sentenza riportati all’inizio di questo articolo non dovrebbe risultare difficile cogliere l’evidente contraddizione dei risultati accettati dalla Corte ed utilizzati per giungere ad una condanna dell’imputato. La quantità di DNA maschile è risultata essere di 1000 picogrammi/microlitro su 2500, cioè il 40% del totale, allo stesso tempo però gli elettroferogrammi hanno restituito il profilo maschile quale componente maggioritaria e, addirittura, l’altra componente sarebbe stata in misura tale da non essere pienamente interpretabile su tutti i marcatori oggetto dell’analisi.

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Tab. 1 – Confronto tra la quantità di DNA attribuita alla componente definita Ignoto 1 e alla vittima in base alle procedure per la quantificazione e la quantità attribuita alle stesse componenti mediante l’interpertazione del profilo restituito dall’elettroferogramma.

Per comprendere la gravità di tale incongruenza nei risultati è bene avere presente quanto è scritto a pag. 94 delle motivazioni della sentenza:

Giova rammentare, infatti, che, per quanto in sede di discussione l’attenzione delle parti si sia focalizzata sul campione 31-G20, il profilo genotipico di Ignoto 1 è stato tipizzato per la prima volta sul campione sul campione 31-G1 Est. ed è emerso uguale a se stesso anche in numerosi altri campioni.

In pratica il profilo Ignoto 1 è stato rilevato per la prima volta in un campione in cui i risultati delle analisi relative alla quantificazione hanno restituito dati contrastanti, eppure è proprio da questo profilo che sono poi proseguiti i confronti con i risultati ottenuti dai campioni successivi.

Se il primo profilo ottenuto viene considerato corretto è chiaro che potenzialmente si compromette l’interpretazione dei risultati di tutte le analisi dei campioni successivi. Ad esempio se per il marcatore FGA del campione 31-G1 Est sono stati attribuiti gli alleli 22 e 23 al profilo Ignoto 1 questo dato potrà condizionare le interpretazioni dei risultati da altri campioni in cui magari si scarteranno dei picchi aggiuntivi considerandoli semplicemente artefatti dovuti alle tecniche d’analisi utilizzate.

La criticità dell’interpretazione dei profili ottenuti dal reperto 31 appare ancora più chiara se si riflette sul fatto che il profilo della piccola Yara costituisce la componente minoritaria del campione 31-G1 Est mentre il DNA maschile in questo stesso campione rappresenta il 40% del DNA totale. Ciò vuol dire che se il DNA maschile è interamente attribuibile al profilo Ignoto 1 allora la quantità di DNA apportata alla traccia dalla piccola Yara deve essere necessariamente inferiore al 40% del totale. Quindi se il DNA di Ignoto 1 costituisce il 40% del totale e quello della giovane vittima meno del 40% del totale vuol dire che nel campione 31-G1 Est vi è una quantità di DNA non attribuito pari ad almeno il 20% del totale.

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Tab. 2 – Caratteristiche del campione 31-G1 Est dedotte dai dati relativi alla quantità di DNA riportati nelle motivazioni della sentenza.

Come si può notare un’attenta riflessione sui dati ha restituito una realtà che è ben più complessa delle semplici conclusioni che la Corte ha espresso nelle motivazioni della sentenza.

Infatti questi dati relativi al campione 31-G1 Est potrebbero rappresentare la tipica condizione di una traccia da cui viene estratto un profilo misto formato dal DNA di 3 individui. Cosa ciò comporta per la corretta attribuzione dei profili, nel caso specifico quello di Ignoto 1, può essere compreso se torniamo a riflettere nuovamente sull’elettroferogramma d’esempio di inizio articolo (Fig. 2) che avevamo attribuito ad un profilo misto formato dal DNA di 2 individui.

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Fig. 3 – Picchi allelici sul marcatore D13S317 di un profilo misto dovuto al DNA nucleare di 3 individui.

Nel nostro esempio, ipotizzando che i contributori alla traccia fossero soltanto due individui e noto il profilo della vittima che sapevamo avere gli alleli 8 e 12, avevamo attribuito per esclusione gli alleli 11 e 14 all’aggressore. Questa situazione ricalca la stessa logica con cui i consulenti dell’accusa hanno attribuito gli alleli al profilo Ignoto 1 dato che nelle tracce sul reperto 31 era noto il profilo della piccola Yara.

Ma se informazioni aggiuntive ci suggerissero che la traccia è in realtà composta dal DNA di 3 individui, Vittima (V.), Individuo 1 (Ind. 1) e Individuo 2 (Ind. 2), lo stesso elettroferogramma avrebbe comunque caratteristiche tali da poter rappresentare correttamente anche questa situazione (Fig. 3).
Ad esempio in una delle interpretazioni possibili la Vittima con profilo noto 8-12 sarebbe appunto presente nei picchi 8 e 12, l’Individuo 1 e l’Individuo 2 potrebbero condividere un allele ciascuno con la vittima e in proporzione all’altezza dei picchi avrebbero ognuno un allele in via esclusiva. Così se attribuiamo all’Individuo 1 l’allele 11, quello maggiore della coppia di picchi più piccoli, possiamo poi attribuirgli anche l’8 in comune con la Vittima, il maggiore della coppia di picchi più grandi. All’Individuo 2 si potrebbe di conseguenza assegnare un profilo 12-14 con l’allele 12 in comune con la Vittima.

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Tab. 3 – Possibili profili dallo stesso elettroferogramma a seconda che lo si consideri il risultato di una traccia mista costituita dal contributo genetico di due o tre persone.

 

Le interpretazioni possibili non sono limitate solo a quelle riportate nella Tab. 3, ma quelle illustrate sono già sufficienti a dimostrare un fatto significativo: un profilo individuato in una traccia mista che si crede costituita da 2 contributori potrebbe non essere corretto se la traccia è in realtà costituita dal DNA di 3 contributori.
Nel nostro esempio il profilo Individuo 1 è 11-14 se consideriamo la traccia costituita da 2 contributori, mentre è 8-11 se i contributori alla traccia sono 3. E’ ovvio che un fatto del genere in un’aula di tribunale può determinare la condanna o l’assoluzione di un imputato.

Inoltre l’errata attribuzione del numero di contributori ad una traccia può determinare anche un altro serio problema interpretativo a cui già abbiamo accennato ma che non è evidenziato nell’elettroferogramma d’esempio: considerare una traccia come composta dal DNA di due individui quando in realtà si tratta del contributo di 3 persone può portare ad escludere erroneamente dei picchi allelici considerandoli come artefatti non significativi solo perchè non confermano l’errata idea di partenza di dover ottenere i profili di due persone soltanto.

A questo punto è possibile intuire le serie conseguenze che una non corretta attribuzione del numero di contributori della traccia mista 31-G1 Est potrebbe aver avuto nell’assegnazione degli alleli sui 21 marcatori autosomici del profilo Ignoto 1.

In conclusione di questa riflessione sui dati relativi al campione 31-G1 Est possiamo riassumere alcuni punti fermi che aprono a scenari che non sono stati presi in considerazione nelle motivazioni della sentenza:

  • I dati relativi al campione 31-G1 Est evidenziano una contraddizione tra la quantità di DNA maschile e l’attribuzione del profilo maggioritario e minoritario.
  • La contraddizione dimostra che una certa quantità di DNA del campione 31-G1 Est non è stata correttamente attribuita.
  • La non corretta attribuzione della quantità di DNA del campione 31-G1 Est induce a concludere che la traccia è costituita dal DNA di almeno 3 persone.
  • La non corretta determinazione del numero di contributori nel campione 31-G1 Est priva il profilo Ignoto 1 di quel grado di certezza che la Corte gli ha attribuito nella sentenza di primo grado.
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