Uno dei passaggi più sorprendenti nelle motivazione della sentenza che ha sancito la condanna di Massimo Bossetti per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio è quello relativo al rispetto delle procedure di laboratorio.
In particolare nelle pagg. 78 e 79 appare sbalorditivo il modo in cui la Corte si spinge ad argomentare il seguente aspetto fondamentale delle analisi del DNA estratto dai reperti:

[…] nella parte introduttiva della relazione dei RIS era scritto che le analisi erano state svolte nel pieno rispetto degli standard di laboratorio, mentre da alcuni sample file […] risultava che erano stati utilizzati polimeri scaduti.

La Corte si dimostra cosciente del fatto che per alcune analisi i genetisti consulenti dell’accusa hanno utilizzato reagenti scaduti non rispettando in tal modo alcuni protocolli scientifici che pure avevano sostenuto di aver correttamente seguito. E che i giudici lo avessero capito è confermato anche da questo passaggio in cui si stanno descrivendo le critiche mosse da un perito della difesa:

[…] certo era che il RIS non aveva rispettato l’impegno a utilizzare solo materiale in corso di validità.

Ma la sentenza, con un modo di procedere piuttosto singolare, finisce addirittura per sfruttare questa problematica come motivo di critica al perito della difesa che l’aveva fatta notare. A pag. 79, infatti, nella parte in cui si descrivono i motivi per i quali secondo i consulenti dell’accusa e della parte civile la scadenza dei reagenti sarebbe irrilevante è scritto

Sul punto, tutti gli altri consulenti sentiti hanno sottolineato – non smentiti dal consulente della difesa, limitatosi ad un rilievo di metodo – che […]

Il consulente potrà anche essersi limitato ad un rilievo di metodo ma la Corte non può non essersi accorta che si trattava di una questione che va ben al di là del metodo. Quella in discussione è una perizia nella cui premessa si assicura un preciso rispetto delle regole, cosa che poi viene smentita dai documenti e dai dati.

Ma veniamo a ciò che i consulenti dell’accusa hanno sostenuto per convincere la Corte a ritenere irrilevante la scadenza dei regenti utilizzati per le analisi del DNA da cui è stato estrapolato il profilo Ignoto 1. Tornando a pag. 79 leggiamo:

Sul punto, tutti gli altri consulenti sentiti hanno sottolineato […] che la scadenza del polimero viene fissata dalle case produttrici anche a fini commerciali (tanto e vero che esiste un sistema di rivalidazione dei polimeri volto a prolungarne il periodo di utilizzabilità), che lo spirare del termine di consumo non compromette l’analisi e, soprattutto, che l’eventuale cattivo stato di conservazione del polimero impedisce la reazione e da luogo a un profilo non leggibile, non a un profilo diverso da quello reale.

Quindi da questo passaggio apprendiamo che i periti dell’accusa, per sostenere che il risultato è comunque da considerare valido nonostante l’impiego di reagenti scaduti, hanno detto che:

  1. La scadenza viene fissata dalle case produttrici anche a fini commerciali.
  2. Lo spirare del termine di consumo non compromette l’analisi.
  3. L’eventuale cattivo stato di conservazione dei prodotti al massimo da luogo ad un profilo non leggibile.

Nel punto 1, grazie all’utilizzo della parola “anche”, apprendiamo che secondo i periti dell’accusa l’indicazione di una data di scadenza avrebbe sia fini commerciali che qualche altro scopo. Questo altro scopo non specificato dalla sentenza ovviamente non può che essere relativo all’effettiva utilizzabilità dei polimeri. Messa in questo modo viene da chiedersi come è possibile che scienziati di tutto il mondo si affidino ad aziende che commercializzano kit con espedienti al limite della frode.
La realtà dei fatti però non conferma questa spiegazione, anche se un passaggio a pag. 10 delle motivazioni suggerisce che una documentazione in proposito sia stata effettivamente fornita alla Corte dal Pubblico Ministero:

12 febbraio 2016.
Il Pubblico Ministero produceva documentazione in lingua inglese in merito alla scadenza dei polimeri per le analisi genetiche;

In tutta la sentenza non è riportato nessun ulteriore riferimento a questa documentazione ma sarebbe stato interessante vederla analizzata e confrontata con la documentazione pubblicata direttamente dalle aziende che producono gli strumenti e i kit per le analisi del DNA.

Ad esempio la Thermo Fisher Scientific Inc., ditta che produce i macchinari utilizzati per ottenere i profili del DNA come il modello Applied Biosystems 3500/3500xL o l’Applied Biosystems 3730/3730xL, nelle risposte alle FAQ con ID E12769 e ID E12734 si esprime in questo modo sulla garanzia di correttezza del risultato quando vengono utilizzati reagenti scaduti:

faq-expiration-3500

faq-expiration-3730

Entrambe le domande e le risposte possono essere tradotte come segue:

I miei prodotti consumabili [i reagenti N.d.R.] per l’Applied Biosystems 3500/3500xL (Applied Biosystems 3730/3730xL) sono scaduti, ma per quanto tempo dopo la data di scadenza posso realmente utilizzarli?

Risposta

Thermo Fisher Scientific può garantire soltanto l’esecuzione con reagenti non scaduti. Utilizzare reagenti dopo la data di scadenza è un rischio e può compromettere l’integrità dei tuoi dati.

Quindi l’azienda produttrice dei macchinari da laboratorio per l’analisi del DNA più diffusi al mondo si esprime chiaramente e non sembra dar spazio alla dubbia pratica commerciale accettata dalla Corte del primo grado di giudizio come giustificazione all’uso di reagenti scaduti.

Ma oltre alla Thermo Fisher anche un’altra azienda, la Promega Corporation, ditta produttrice del kit PowerPlex (proprio uno di quelli utilizzati dopo la data di scadenza, si veda pag. 78 delle motivazioni della sentenza) nella documentazione ufficiale ha chiaramente affermato che l’utilizzo di reagenti dopo la data di scadenza può alterare il risultato delle analisi.

Ad esempio nel manuale tecnico del kit di reagenti PowerPlex 16 System l’utilizzo di reagenti scaduti è chiaramente riportato tra le cause che possono determinare profili con picchi allelici extra, cioè con picchi non realmente presenti nel DNA di chi ha lasciato la traccia analizzata:

expiration-promega

Indicazione che può essere tradotta come

promega-scadenza-tradotta

Tale indicazione è presente da anni, ad esempio si può riscontrare sia nella revisione 1/07[1] che nella recente 5/16[2] del manuale in questione.

Sempre nell’estratto a pag. 79 della sentenza, a parziale giustificazione dell’utilizzo di reagenti scaduti, è riportata la seguente affermazione:

Esiste un sistema di rivalidazione dei polimeri volto a prolungarne il periodo di utilizzabilità.

Non è dato sapere però, perchè la sentenza non riporta alcun riferimento, se tale sistema è stato effettivamente utilizzato nelle analisi oggetto di critica, in caso positivo se la procedura seguita è stata quella prevista, e se i risultati ottenuti possono perciò essere considerati attendibili.
Inoltre il sistema di rivalidazione è relativo ai polimeri mentre come abbiamo visto l’azienda produttrice del macchinario si esprime piuttosto decisamente contro l’utilizzo di reagenti scaduti.

A questo punto è abbastanza chiaro che quanto sostenuto dalla Corte nelle motivazioni della sentenza di primo grado e che prima abbiamo schematizzato in 3 punti è smentito dalla documentazione delle aziende produttrici dei macchinari e dei reagenti:

  1. Le date di scadenza hanno uno scopo serio che va al di là della semplice motivazione commerciale.
  2. Il risultato può essere compromesso dall’uso di reagenti scaduti.
  3. I reagenti scaduti possono dar luogo a profili in cui sono visibili picchi non realmente presenti nel DNA della traccia.

 

 

Note

[1] PowerPlex® 16 System Technical Manual rev. 1/07, pag. 38, http://projects.nfstc.org/workshops/resources/literature/pp16%20technical%20manual.pdf

[2] PowerPlex® 16 System Technical Manual rev. 5/16, pag. 42, https://ita.promega.com/resources/protocols/technical-manuals/101/powerplex-16-system-protocol/

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